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Ogni interlocutore quando ascolta, è solo ascoltatore di se stesso

Pubblicato il 7 Febbraio 2018
Filosofia & Innovazione
 

Per innovare è necessario sapere ascoltare. Bisogna essere sempre pronti ad accogliere le esigenze e le percezioni di tutti gli attori coinvolti a vario titolo nel processo di creazione di valore che gestiamo o in cui siamo implicati, se intendiamo davvero giungere ad una soluzione dirompente che tenga conto di tutte le prospettive che un business ingloba. Dalle esigenze dei clienti, a nuove modalità di soddisfare le stesse, avanzate da partner, colleghi e collaboratori. Avere una chiara visione di tutte le prospettive che si fondono nell’offerta di un unico prodotto o servizio è la chiave per poter innovare realmente. Perché in fondo, una nuova prospettiva è solo vedere la stessa cosa da una posizione che non avevamo mai assunto.

E per avere prospettive nuove, bisogna essere aperti all’ascolto. Molti di noi riconoscono di non ascoltare abbastanza gli altri, troviamo più “interessante” parlare che ascoltare. Erroneamente siamo convinti che prendendo la parola siamo in grado di chiarire maggiormente il quadro, a noi stessi ed al nostro interlocutore. Inoltre, spesso nella complessità di una realtà aziendale l’ascolto partecipato appare una attività impegnativa e dispendiosa rispetto al lavoro che attende di essere completato sulle nostre scrivanie. E se provassimo a considerare l’ascolto una cosa interessante? Qualcosa di piacevole per noi e per il nostro interlocutore?

Il primo passo verso un ascolto reale è provare piacere. Ovviamente c’è una sorta di piacere di base nell’ascoltare il suono della propria voce, e la fermezza con cui siamo in grado di esporre le nostre convinzioni e percezioni. Il vero piacere che traiamo dall’ascolto risiede però nella capacità e possibilità che il dialogo ci offre di capire noi stessi, cosa proviamo, cosa vogliamo e come possiamo raggiungerlo. Il piacere di parlare di noi stessi sta nell'auto-chiarimento, non semplicemente nell'ascoltare le nostre voci.

Generalmente invece tendiamo a credere che l’auto-chiarimento sia possibile solo se siamo noi a prendere parola, invece quando ci impegniamo ad ascoltare gli altri accade qualcosa di molto più interessante: possiamo comprendere meglio noi stessi ascoltando le storie di altre persone.

Certo, può apparire la cosa più semplice e conveniente da dire. In realtà, è la pura e sobria verità. Quando ci dedichiamo al piacere della letteratura, scopriamo noi stessi sulla base di storie e accadimenti narrati da altre persone, per se stesse.

Siamo pronti a passare ore ad “ascoltare” le avventure e le tragedie di Tolstoj, Proust o Virginia Woolf, ma non ci preoccupiamo mai di avere un dialogo con queste persone. Questo accade semplicemente perché non abbiamo bisogno del dialogo per capire gli altri, ma per capire noi stessi. Per dirla con le parole di Proust: “ogni lettore quando legge, è soltanto lettore di se stesso. L’opera dello scrittore non è che una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di scorgere ciò che forse, senza il libro, non avrebbe visto in se stesso”.

Certo, possiamo concordare con Marcel Proust e ribattere che spesso le nostre conversazioni o le persone che dobbiamo ascoltare non sono certo interessanti come una sua dissertazione. Non dobbiamo certo stupirci di questo sentimento, i grandi scrittori hanno imparato, ascoltando, come rendere una storia personale, una storia universale, nella quale tutti, in vari modi possiamo riconoscerci.  Potrebbero raccontarci una storia sull'infanzia della loro zia o un viaggio in famiglia, ma nel modo in cui ci dicono queste cose, faranno emergere la dimensione universale e non personale della storia in modo che la loro storia finisca per essere la nostra. In modo che la storia diventi plasma nelle nostre mani.  

Dobbiamo quindi invertire la tendenza, iniziare a modificare le tecniche sbagliate con cui narriamo la nostra vita. Bisogna ripristinare la qualità delle conversazioni per poter provare piacere nel dialogare con persone di situazioni e accadimenti da cui trarre nuova conoscenza, soprattutto di noi stessi. Non abbiamo il tipo sbagliato di vita; abbiamo le tecniche sbagliate per narrare quella vita. E narrando male, si accresce in noi il disagio di ascoltare o di essere ascoltati. Ecco alcune delle cose che vanno storte quando proviamo a narrare le nostre vite:

  1. Continuiamo ad aggrapparci ai dettagli: tempi, luoghi, movimenti esterni, non rendendoci conto che le cose diventano interessanti solo quando le persone dicono ciò che sentono riguardo a ciò che è accaduto, e non semplicemente quello che è successo.
  2. Spesso siamo sopraffatti da un'emozione che abbiamo sperimentato e insistiamo su di essa piuttosto che tentare di spiegarla. Quindi diciamo, ancora e ancora, "era così bello" o "era la cosa più spaventosa del mondo", ma senza vivisezionare accuratamente la sensazione e quindi essere in grado di farla rivivere nella mente di qualcun altro.
  3. Proprio quando promettiamo di essere un po’ più interessanti con la nostra narrazione, abbiamo paura. Ci spaventiamo delle nostre stesse emozioni, che possono minacciare di innescare sentimenti di insopportabile tristezza, confusione ed eccitazione. Ed allora la superficialità prende il volo.
  4. Quindi non raccontiamo una storia. C'è così tanto nella nostra mente da voler comunicare che continuiamo a creare nuove sotto trame.

Essere buon ascoltatori parte dall’essere buoni comunicatori. Quando una persona è un buon ascoltatore e si trova di fronte una evidente capacità del proprio interlocutore di far emergere l’esperienza che tenta di condividere, egli agisce come un editore. Modella, stuzzica, ritaglia, interviene ed enfatizza per far emergere il valore latente della storia.  

Quindi ciò che dobbiamo fare, da interlocutori e ascoltatori, è creare spazio per qualsiasi tipo di comunicazione. La reale difficoltà del dialogo e dell’ascolto è creare una zona di comfort, libera da pregiudizi e ricca di empatia. Una zona libera per lasciare fluire la conoscenza di se stessi e degli altri. 

Solo ponendoci in questa prospettiva possiamo realmente apprezzare la ricchezza del dialogo, così da iniziare a trarne piacere piuttosto che considerarlo un’attività faticosa e impegnativa. Iniziando a provare piacere dall’ascolto e dal dialogo attivo, inizieremo ad arricchirci e ad identificarci in esperienze e conoscenze che ci spingeranno verso una prospettiva sempre più comprensiva, in grado di spianare la strada dell’innovazione.

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Lucia Michela Daniele
Crowdfunding addicted, Starred Coffee Maker, PhD in Management.