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La rivincita degli 'useless'

Pubblicato il 24 Gennaio 2020
Filosofia & Innovazione
 

All’interno dei suoi ultimi libri, il saggista e storico israeliano Yuval Noah Harari offre un’analisi stimolante sul futuro del lavoro: proprio come l'industrializzazione di massa ha creato la classe operaia, la rivoluzione dell'IA creerà una nuova classe non operante gli useless.


Chi sono gli useless?


Fin dalla prima rivoluzione industriale gli uomini hanno coltivato la loro unicità, la loro “particolare abilità” per adeguarsi all’evoluzione delle tecnologia. Quando le macchine hanno sostituito gli uomini nei lavori manuali gli uomini hanno sviluppato maggiori competenze in attività cognitive. Si sono evolute professioni in cui gli umani potevano fare meglio delle macchine (pensiamo a quanti dall’agricoltura si sono spostati al mondo dei servizi).


Ora però, dal momento in cui le macchine, o meglio gli “algoritmi non organici” come li definisce Harari (a differenza dell’Homo sapiens che rappresenta il più brillante algoritmo “organico” del pianeta) sostituiscono l’uomo nella sua capacità cognitive, il rischio sarà di creare un futuro in cui molte delle attuali professioni scompariranno.


Paura disoccupazione


Nel settembre 2013, due ricercatori di Oxford, Carl Benedikt Frey e Michael A. Osborne, hanno esaminato, all’interno della loro opera "Il futuro dell'occupazione", la probabilità che diverse professioni vengano rilevate da algoritmi informatici entro i prossimi 20 anni.

Ad esempio, esiste una probabilità del 99% che entro il 2033 i telemarketing umani e i sottoscrittori di assicurazioni perderanno il loro lavoro a causa di algoritmi.

C'è una probabilità del 98% che lo stesso accada agli arbitri (forse non tutti i mali..)

Queste le altre professioni:

Cassieri - 97%
Cuochi - 96% Camerieri - 94%
Paralegals - 94% Guide turistiche - 91% Fornai - 89%
Autisti di autobus - 89%
Operai edili - 88% Assistenti veterinari - 86%
Guardie di sicurezza - 84%
Marinai - 83%
Baristi - 77%
Archivisti - 76%
Falegnami - 72%.
Bagnini - 67%

.. e via discorrendo.

 

Primo problema: come impiegare il tempo


Tutti coloro che non lavoreranno come potranno impiegare l’enorme tempo libero?
A questa domanda Harari immagina uno scenario a metà tra Matrix e Wall-E delle Pixar. Coloro i quali non sono più coinvolti nel lavoro, potranno sperimentare giochi per computer con realtà virtuale, all'interno dei mondi 3D in cui trovare nuovi scopi e nuovi significati.

Ma se vale in qualche modo il vecchio motto “Chi non lavora non fa l’amore…” e soprattutto in Italia dove i sindacati sono potenti e la relazione “umana” tra le persone è profonda, dobbiamo necessariamente cercare e sperimentare nuovi lavori.

 


L’abilità unica

Come abbiamo fatto per le precedenti rivoluzioni industriali, siamo chiamati a riscrivere il nostro perchè, lavorando sulla nostra abilità “unica”. Cosa rende gli uomini superiori alle macchine?

Per Harari questa abilità non è una legge della natura e nulla ci garantirà che continuerà ad essere così in futuro. Infatti lo studioso israeliano afferma che il 99% delle qualità e delle abilità umane sono semplicemente ridondanti per le prestazioni della maggior parte dei lavori moderni. Affinché l'intelligenza artificiale possa spingere gli umani fuori dal mercato del lavoro, è sufficiente che ci superi nelle capacità specifiche richieste da una particolare professione. Ora il punto è se una competenza verticale tecnica è replicabile possiamo e forse dobbiamo muoverci orizzontalmente. Se un algoritmo dotato dei sensori avanzati e soprattutto con la capacità di analizzare un set di dati con i nostri parametri vitali che iniziano dal primo giorno di vita, può fare una diagnosi accurata in pochi secondi cosa ne sarà dei medici?

 

 

Apprendimento continuo e Soft skill


La maggior parte di ciò che oggi i bambini imparano a scuola probabilmente sarà irrilevante quando avranno 40 anni. Dato che non conosciamo o meglio, non possiamo definire bene, come sarà il mercato del lavoro nel 2030 o nel 2040, non abbiamo idea di cosa insegnare ai nostri figli.

Se nel passato la vita è stata divisa in due parti principali: un periodo di apprendimento, seguito da un periodo di lavoro, già oggi siamo costretti a continuare ad imparare durante tutta la nostra vita e, sempre più spesso, a reiventarci ripetutamente, cambiando professione, luogo di lavoro, tipologia di attività e settore.

Quindi il primo punto è che non dobbiamo mai smettere di apprendere e che dobbiamo imparare ad imparare.

Imparare ad imparare, implementando metodologie di apprendimento che permettano lo sviluppo delle persone, dei team e delle organizzazioni attraverso l'esperienza concreta come l’action learning.

Le competenze trasversali (soft skills) rappresentano conoscenze, caratteristiche, capacità e qualità personali che caratterizzano il modo di essere di ogni persona nel lavoro come nella vita quotidiana. Competenze come la capacità di interagire e lavorare con gli altri, capacità di risoluzione di problemi, creatività, pensiero critico, consapevolezza, resilienza e capacità di affrontare la complessità e l’incertezza dei cambiamenti. Alcune le abbiamo analizzate qui.

Non solo competenze trasversali ma anche intuizione, ovvero la capacità di comprendere o conoscere qualcosa immediatamente in base ai nostri sentimenti senza bisogno di ricorrere al ragionamento. Imparare a gestire, leggere ed interpretare le emozioni, la capacità di contestualizzare ed essere creativi.

Tutto ciò suggerisce che i nostri sistemi educativi dovrebbero concentrarsi non più su come acquisire informazioni nozionistiche o su come le persone interagiscono con la tecnologia, ma soprattutto su come possono fare le cose che la tecnologia non sa fare (almeno per il momento).

Per questo motivo, “cosa rende gli uomini superiori alle macchine” non esiste una risposta giusta, piuttosto una giusta domanda:

“Cosa ci rende “umani”?

 

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Gianluca Abbruzzese
CEO & Founder Lascò